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Bologna – Presentata proposta Legge contro il fenomeno delle dimissioni volontarie

by Tito Taddei

La Città metropolitana di Bologna, nell’ambito delle azioni del Piano per l’Uguaglianza metropolitano, insieme ai principali esperti di diritto del lavoro del territorio, sta elaborando una proposta di Legge di iniziativa popolare per contrastare il fenomeno delle dimissioni volontarie dal lavoro, quando la motivazione è l’impossibilità di conciliare il lavoro pagato e quello non pagato.

La proposta è stata presentata questa mattina a palazzo Malvezzi durante il seminario aperto dal sindaco metropolitano Matteo Lepore e coordinato da Simona Lembi, responsabile del Piano per l’Uguaglianza metropolitano. Sono intervenuti docenti universitari ed esperti in materie giuridiche e del mondo del lavoro: Laura Calafà, docente di Diritto del Lavoro, Università di Verona; Michela Emilia Maria Marchiolo, responsabile processo servizi all’utenza dell’Ispettorato del Lavoro; Anna Rota, ricercatrice in Diritto del Lavoro, Università di Bologna; Roberto Rizza sociologo del Lavoro, Università di Bologna; Franco Focareta, avvocato e docente di Diritto del Lavoro, Università di Bologna; Lisa Borghi, consulente del Lavoro; Federico Martelloni, docente di Diritto del Lavoro, Università di Bologna e Daniela Freddi, delegata Piano per l’Economia Sociale Città metropolitana di Bologna.

Il fenomeno delle dimissioni volontarie dal lavoro è una pratica che esiste da sempre, ma che si misura da pochi anni, da quando cioè l’Ispettorato del Lavoro è tenuto a raccogliere dati sulle motivazioni che spingono i genitori alle dimissioni e a monitorare il fenomeno tutto.

I dati fin qui raccolti raccontano una situazione non del tutto nitida, ma per molti aspetti eloquente: nove lavoratrici su dieci che si dimettono dal posto di lavoro lo fanno per ragioni legate alla maternità. Di queste, l’80% lo fa per mancanza di servizi (mancano gli asili nido), per la mancanza reti familiari, per la mancata concessione della flessibilità oraria nell’impresa

Gli ambiti principali su cui si muove la proposta di Legge di iniziativa popolare sono:

  1. la costituzione di un fondo economico per mantenere agganciate le lavoratrici al posto di lavoro nel momento in cui sono più esposte ad uscirne.

Un fondo, quindi, capace di:

– un’integrazione al reddito per gli stipendi così bassi da non rendere più conveniente stare sul posto di lavoro;

– interventi specifici per lavoratori e aziende con strumenti diversi per tipo di intervento (decontribuzione o integrazioni alla retribuzione, solo per fare alcuni esempi).

  1. Istituti di flessibilità.

Le misure di flessibilità spazio-temporale, che comprendono il diritto alla flessibilità oraria, oggi non riconosciuta a livello legislativo, sono reversibili e transitorie come l’accesso al lavoro a tempo parziale, privato di conseguenze negative per i genitori grazie all’uso del Fondo di Conciliazione, che interviene per compensare la riduzione della retribuzione e per la decontribuzione per i datori di lavoro (in assorbimento dell’art. 25 d.lgs. 81/2015).

Lo stesso part time involontario è disincentivato escludendo la flessibilità oraria per chi è assunto con contratto a tempo parziale nel periodo di protezione della genitorialità (0-8 anni) previsto dalla direttiva 2019/1158 (art. 6). Il lavoro smart è garantito nel lavoro privato e pubblico ai genitori di figli tra 0 e 8 anni e senza limiti di età per i genitori di figli con disabilità.

Inoltre, la proposta di Legge si muove nella direzione di rivolgersi a tutti, di tutelare tutti i lavori, tende quindi all’universalismo, e si situa principalmente nella vita dei genitori con bambini di età 0-3 anni. Infine, il progetto di Legge riconosce una posizione giuridica dedicata ai caregivers, coerente con convenzione ONU sui diritti disabili e riconosce anche la genitorialità LGBT+, estendendo la normativa di protezione al secondo genitore equivalente

 

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